Ora guardo due ragazzini che corrono sulla banchina di pietra nera, non s’interessano del mare vicino, quasi come a sfidarlo. Ci sono due pescherecci che li separano, uno aspetta sfinito l’altro appena alla fine della prua blu, lo illumina solo una luce da muro, che crea strane forme fin troppo geometriche per un porto.
Non ci sono più, la mia vista li ha persi, però oltre al vociare insopportabile dei miei vicini di panchina c’è un rumore di acciaio e di corde, come dei vecchi campanacci risuonano nitidi, mentre qualche stanco pescatore li raccoglie, con la sola compagnia del mare. Il faro è spento mentre ha ripreso ad abbaiare un cane, il cane in verità, perché sì lo conosco, è il vecchio guardiano del terzo peschereccio, quello sempre fermo, ormeggiato tra i brevi passaggi di genti distratte e le dolci grida dei pescatori di granchi, è sempre lì col suo compare anziano, egli non suona più come una volta invece, lascia al suo fratello di sale la guardia, egli si limita ad osservare e sentire, lui capisce ne sono certo ormai.
C’è poca gente intorno a me, poche coppie e ancor meno storie da raccontare, il maggior movimento è provocato dal leggero pendolare della mia gamba sinistra, anche le onde si rifiutano di esistere stasera, forse è per questo che il faro è ormai un tutt’uno con la penombra lontana solo all’apparenza, non c’è luce, ed io mi sento perso, come in un mare che non muove le sue membra, in questo incubo serale.
È dagli specchi oscuri della mia casa di provincia che affermo la mia angoscia, il mio tangibile dolore.
Osservo bianche rose di cui sognavo essere le spine, per pungere la madre che mi nutre d’amore, disprezzare un padre che d’odio contorna l’orrore,
perché è nelle strade lontane che verso le mie lacrime, nei figli degli altri conservo il mio cuore,
soffrendo d’un tempo malato, latrando sul vento, in un viale alberato.
Che pena che mi fece lo sporco sul suo viso, sul viso d’uomo smarrito,
quel corpo di giovane contrito,
tra le risaie cementate, prive di profumi, o di nomi o di strade.
Son certo ormai, o tu povera gioia,
che nelle lastre salmastre
del mostro paese, si conservino i resti degli amanti, quelli che senza fazzoletto nel taschino della storia,
diedero ai sogni un senso,
perduto tra le pagine d’immenso.
Adesso è il momento della notte, per tutti