Oggi ero a lezione. Sono un ragazzo abbastanza pigro, non mi va quasi mai di leggere tutti i messaggi che mandano nel gruppo dell'università e quindi spesso mi ritrovo in aula e non so che lezione sarà. Ma mi va bene così.
Ecco, oggi avevano deciso di fare un incontro sulla violenza sulle donne. Essendo un semplice incontro, non c'era molta gente (delle solite 100 persone saremo stati una 50ina) ed erano tutte femmine tranne me.
Piccola postilla che aggiungo dopo, penso che non ci siano stati altri ragazzi (maschi) perché già nel corso normale siamo poco più di una decina e siccome gli altri sapevano dell'incontro non sono venuti a lezione per studiare (così come tante altre ragazze). E soprattutto, quasi tutte le ragazze presenti non erano del mio corso, venivano da altre facoltà o indirizzi. Insomma, non ne conoscevo nemmeno una.
Sfortunatamente sono arrivato 5 minuti in ritardo, perché prima avevo un'altra lezione quindi sono arrivato quando l'incontro era già iniziato. Stava parlando una psichiatra riguardo alla parola "violenza" e cosa significasse. Allora, prendo subito un posto a sedere. E qui noto le prime cose strane. Fin da subito la psichiatra mi punta. Mi guarda fisso. All'inizio pensavo se la fosse presa perché ero arrivato in ritardo, ma poi ho capito che semplicemente mi odiava in quanto maschio. Perché? Dopo 5 minuti ha subito iniziato a parlare della violenza di genere, degli stupri, delle molestie, ecc. Da qui in avanti, lo "stupratore" era diventato sinonimo di "uomo". In ogni frase (anche in quelle che non parlavano di stupri o molestie o femminicidi) la parola "uomo" era stata sostituita da "stupratore". E non dimenticatevi che mi guardava fisso. Insomma, io ero lo stupratore per lei, in quanto uomo. Ma la cosa peggiore è un'altra.
L'aula era piena di ragazze, io ero una mosca bianca. Fin dai primi minuti vedevo sguardi sprezzanti nei miei confronti, ragazze che mi guardavano negli occhi per qualche secondo finché non ricambiavo lo sguardo, solo per farmi vedere quanto mi odiassero. Sbuffavano, parlavano di me a "bassa voce" (abbastanza alta perché io le sentissi) in cui mi davano dello stupratore, molestatore, femminicida...
E cosa potevo fare io? Alzarmi e andarmene? Cosicchè avrebbero pensato "Ah, guardalo! Si sente in colpa quando gli viene sbattuta la verità in faccia!". Rispondere? "Eh, ma non ti abbiamo accusato di nulla, perché ti difendi?". Non potevo fare nulla. Dopo una mezz'oretta in cui ho provato a guardarmi intorno alla ricerca di un alleato, di un qualcuno che potesse in qualche modo capirmi, ho abbassato lo sguardo e mi sono messo a fissarmi le ginocchia. Nel frattempo, sentivo incessantemente i loro sguardi su di me, e sentivo ancora i loro commenti.
Fortunatamente, dopo circa un'ora e mezza la psichiatra ha deciso di darci una pausa, che io ho sfruttato per andarmene. Non ce la facevo più a reggere quella situazione. Nella mia vita non mi sono mai sentito così tanto colpevole. Colpevole di cose che mai ho fatto e mai farò. Eppure... pensavo "Non possono odiarmi tutte se non ho fatto nulla, non avrebbe senso". E avrei continuato a pensarlo se non fosse successa questa cosa. Quando sono uscito, ero davvero distrutto. Mi sentivo senza forze, stanchissimo e stavo per piangere per tutto quell'odio subito. Quando sono uscito, una ragazza mi si è avvicinata e mi ha detto "Ho visto come ti guardavano... mi dispiace". Avrei voluto ringraziarla, ma non riuscivo a parlare, ero troppo distrutto. Le ho sorriso e sono andato via.
Adesso... io sono femminista. Io credo nella parità dei sessi. Riconosco che gli uomini abbiano dei privilegi e capisco che le donne si possano sentire insicure a causa di tutte queste violenze. Ma davvero si deve combattere l'odio con altro odio? Non c'è un altro modo?