A volte la notte, quando il dolore dei miei trascorsi mi scivola attraverso come fosse un serpente, mi vesto pacatamente, prendo le chiavi della macchina e parto.
Nell'abitacolo riecheggiano le note malinconiche di canzoni che non ascolto quasi mai quando sto bene, poiché hanno il potere di annichilire ogni singola cellula nel mio corpo; in queste notti, tuttavia, paiono avere l'effetto inverso di alleviare il mio dolore.
Parto.
La meta delle mie escursioni notturne riguarda principalmente luoghi che per me hanno significato qualcosa; quella preferita è la casa delle donne che mi hanno spezzato il cuore.
Guido, guido, guido. Arrivo a destinazione.
Abbasso la radio ad un volume quasi impercettibile, nella mia bocca sibilano le frasi della canzone ascoltata. Ordino ai finestrini di lasciarmi quel minimo d'aria indispensabile a farmi respirare aria nuova, un'aria priva dei rimorsi narrati dalla colonna sonora della mia vita, che ristagna dentro l'auto come un cadavere in una palude.
Mi accendo una sigaretta. Mi guardo attorno, mi godo la quiete notturna. Slaccio la cintura di sicurezza, osservo impotente la cartina lasciare spazio alla cenere lunga l'asta di tabacco: è già finita.
Guardo il mozzicone nella mia mano sinistra e mi sento un po' come lui. Un filtro goduto, usato e ormai privo di qualsiasi scopo, lasciato inerme di fronte all'inesorabile scorrere del tempo e delle passioni.
Lo lascio cadere dalla fessura della portiera, proprio come fui abbandonato io più e più volte.
Non c'è posto nell'abitacolo della vita, per quelli come me.
F.M.F.
25 settembre 2012, h. 02:13 PM
Where forever went?
25/09/2012 alle 14:14
25/09/2012 alle 14:14
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